
Nel cuore del mio giardino ci sono donne fragili come gli Anemoni, malinconiche come l’Erica, forti e resilienti coml’Iris … Ritorno alle donne della mia vita e delle mie passioni associandole ai fiori che esse stesse coltivavano, con la cultura immensa di intellettuali quali erano e con la sensibilità tipicamente inglese per il paesaggio. Giardiniere, garden designer, architette del paesaggio. Lo sono state Gertrude Jekyll, Vita Sackville West, Virginia Woolf, ma anche Emily Brontë inseparabile dalle sue brughiere o Jane Austen, che coltivava personalmente il suo giardino considerato come un luogo esperienziale, teatro della quotidianità e delle lunghe conversazioni dei suoi personaggi/persone.
I fiori, oltre alle piante da frutto, erano protagonisti dei loro giardini così come delle loro opere letterarie; ciò non stupisce se si parte dal presupposto che cultura e natura, nella tradizione anglosassone, viaggiano sullo stesso binario. La natura intrappola il corpo delle donne ma si lascia attraversare dal loro essere figure di artiste, scrittrici, intellettuali e nello stesso tempo giardiniere che coltivavano e curavano i loro giardini. Corpi femminili radicati nella natura riconfigurata come natura incarnata intellettualmente. Il titolo l’ho preso a prestito da una canzone di Paul Weller dedicata a uno dei simboli più iconici dell’Inghilterra: la rosa inglese.







Il passaggio alla terza sala segna un cambio di respiro, senza tuttavia abbandonare la tensione critica: le donne-fiore che abitano questo spazio non sono più muse silenziose o figure sacrificate, ma soggetti autonomi, intellettuali, artiste, scrittrici che hanno saputo fiorire nonostante un terreno ostile. Qui il fiore non è più simbolo di fragilità decorativa, come nei ritratti di Françoise Gilot dipinti da Picasso, ma diventa metafora di una forza silenziosa, della capacità di emergere dalla terra, di radicarsi e al tempo stesso di aprirsi alla luce. Gandini costruisce un vero e proprio erbario simbolico, frutto di una ricerca approfondita negli scritti e nelle biografie di queste donne, individuando le piante che esse coltivavano o che meglio incarnano i loro caratteri, le loro traiettorie esistenziali. Il giardino, luogo tradizionalmente associato al domestico e al privato, si trasforma così in spazio politico, in laboratorio di pensiero, in archivio vivente di una genealogia femminile che l’artista aveva già iniziato a tracciare nel ciclo Mi guardo fuori.
Raffaele Quattrone, dal testo Armida Gandini. Il volo delle falene sull’onda pubblicato il 26 dic 2025 sulla rivista meer.com