a cura di camilla Remondina
Fondazione l’Arsenale, Iseo (Bs)
Entrare nella mostra Il volo delle falene sull’onda di Armida Gandini significa accettare una forma di attraversamento, un moto lento e insieme vertiginoso dentro la materia fragile della memoria, là dove la storia non è mai neutra ma continuamente riscritta, piegata, talvolta violentata, e dove l’identità non è un dato acquisito bensì un campo di forze, un’onda che avanza e si ritrae lasciando sulla riva resti, tracce, corpi simbolici da interrogare. Gandini costruisce un dispositivo poetico e politico che non si limita a restituire figure femminili rimosse o deformate, ma interroga il meccanismo stesso attraverso cui la memoria collettiva seleziona, cancella, mitizza, trasformando vite reali in leggende ambigue o in immagini addomesticate. È una mostra che non chiede di essere guardata, ma abitata, perché ogni opera funziona come una soglia tra ciò che è stato e ciò che continua a produrre senso nel presente, in un dialogo costante tra tempo storico e tempo interiore.
Dal testo di Raffaele Quattrone pubblicato sulla rivista meer.com
E’ possibile leggere l’articolo completo al link https://www.meer.com/it/102240-armida-gandini-il-volo-delle-falene-sullonda

Photo credits Fabio Botti di Foto Simonetti

Photo credits Fabio Botti di Foto Simonetti
La prima sala, dedicata ad Adelaide di Borgogna, è già una dichiarazione di metodo: la regina santa e caritatevole che la narrazione popolare ha trasformato in figura oscura, vendicativa, quasi infernale, riemerge come corpo geologico, come roccia che affiora e scompare sotto il moto ciclico delle acque del lago di Garda, in un video che è insieme paesaggio e sepolcro, memoria e rimozione. (…) Adelaide, riletta oggi, appare come una figura di sorprendente contemporaneità, incarnazione di un’Europa fluida, plurale, transnazionale, una donna che ha attraversato confini politici e culturali quando i confini erano ancora porosi, e la sua corona tripartita, evocata nelle opere su carta e nelle fotografie sagomate, diventa un segno potente di un’identità complessa, non riducibile a un’unica appartenenza.
Dal testo di Raffaele Quattrone pubblicato sulla rivista meer.com


Photo credits Fabio Botti di Foto Simonetti
Questo movimento circolare trova un contrappunto drammatico nella figura di Dora Maar, protagonista della seconda sala, dove la questione della manipolazione dell’identità si fa corpo, ferita, gesto reiterato. (…) Nel video Adora, il gesto dell’incisione sulla carta non è solo una rievocazione performativa del primo incontro tra Dora Maar e Picasso, ma un atto di riscrittura critica: ogni taglio è una ferita che produce immagine, ogni lacerazione genera una forma, fino a ricomporre il volto spezzato della Donna che piange, restituendolo però a un processo che ne svela la brutalità originaria.
Dal testo di Raffaele Quattrone pubblicato sulla rivista meer.com

Video proiezione su tavola cm 46×55, proiettore, cavalletto fotografico
Video editing di Irene Tedeschi
Il passaggio alla terza sala segna un cambio di respiro, senza tuttavia abbandonare la tensione critica: le donne-fiore che abitano questo spazio non sono più muse silenziose o figure sacrificate, ma soggetti autonomi, intellettuali, artiste, scrittrici che hanno saputo fiorire nonostante un terreno ostile. Qui il fiore non è più simbolo di fragilità decorativa, come nei ritratti di Françoise Gilot dipinti da Picasso, ma diventa metafora di una forza silenziosa, della capacità di emergere dalla terra, di radicarsi e al tempo stesso di aprirsi alla luce. Gandini costruisce un vero e proprio erbario simbolico, frutto di una ricerca approfondita negli scritti e nelle biografie di queste donne, individuando le piante che esse coltivavano o che meglio incarnano i loro caratteri, le loro traiettorie esistenziali. Il giardino, luogo tradizionalmente associato al domestico e al privato, si trasforma così in spazio politico, in laboratorio di pensiero, in archivio vivente di una genealogia femminile che l’artista aveva già iniziato a tracciare nel ciclo Mi guardo fuori.
Dal testo di Raffaele Quattrone pubblicato sulla rivista meer.com

Photo credits Fabio Botti di Foto Simonetti

Photo credits Fabio Botti di Foto Simonetti

Photo creditsPier Parimbelli

