Come bolle di sapone, 2005

di Annalisa Portesi

D: Che significato hai attribuito alle semi-sfere/bolle?
R: L’idea di allestire le opere all’interno di semisfere di plexiglas mi ha riportata indietro nel tempo, quando bambina ammiravo le immagini un po’ inquietanti delle bambole di cera schermate da campane di vetro e collocate sui cassettoni della stanza da letto dei nonni e delle anziane zie (scopro ora che si trattava di una rappresentazione di Maria Bambina legata ad una tradizione di devozione dell’effige di Maria). Oggetti fragili protetti da capsule ancor più delicate che creavano un confine tra lo spazio reale occupato dallo spettatore e lo spazio sospeso, fuori dal tempo, come cristallizzato, del vano asettico definito dalla calotta di vetro. Il mio desiderio è stato quello di ricreare queste atmosfere ovattate attraverso una serie di fotografie di una bambina bloccata in una dimensione al di fuori di un tempo e di uno spazio definito, la cui distanza dal mondo che la circonda è sottolineata da questa barriera che, seppur trasparente, crea una separazione tra il dentro e il fuori, generando silenzio-non comunicazione. Non è casuale l’idea di lavorare su questa tematica, anche per ricollegarmi all’obiettivo dell’evento promosso dall’associazione(e nemmeno che la bambina protagonista si chiami Benedetta).

D: Metaforicamente le sfere possono essere interpretate come delle stratificazioni, una sorta di seconda pelle che la vita sin dalle prime esperienze ci cuce addosso deviando o semplicemente attutendo il contatto con l’esterno?
R: Più che come seconda pelle direi come una corazza; mi piace pensare che non sia definitiva e inconsapevole, non un prolungamento del corpo, ma un accessorio.

D: Sulle calotte in plexiglass tu hai disegnato degli animali o degli insetti…
R: Spesso gli insetti si aggirano attorno a superfici trasparenti ingannati dalla loro consistenza, e come gli insetti gli uccelli. Ti racconto un aneddoto personale: da quest’anno ho un nuovo studio con una grande vetrata che separa uno spazio interno da uno porticato. Prima della ristrutturazione i due spazi erano comunicanti e rifugio di volatili di ogni genere, che gradatamente stanno imparando che questo luogo ha subito una modificazione: un passaggio è stato ostruito. Mi capita infatti di entrare in studio e vedere sul vetro l’impronta della sagoma di un uccello in volo tradito dalla sua trasparenza; è stato come bloccare una comunicazione. 
Nel caso delle bolle inutilmente gli insetti ruotano attorno ad esse, non riuscendo a penetrare l’involucro dovranno limitarsi ad osservare dall’esterno; per la bambina, però, questo è anche un modo di proteggersi da presenze fastidiose, talvolta viscide, prenderne distanza.

D: Il picchio, le farfalle, la lucertola… la scelta di determinati animali rispetto ad altri cela un significato simbolico?
R: In generale si tratta di animali che girano intorno alle cose con una certa insistenza finché una presenza, umana per esempio, con il suo arrivo li spaventa e li fa scemare. Metaforicamente rappresentano, per quanto piccoli nelle dimensioni, l’ingombro dal quale ci vorremmo liberare. Sono presenze mentali, sospese sulle bolle come se fossero impronte lasciate durante un passaggio; l’intento è quello di evocare una situazione, non di descriverla. In un primo tempo avevo pensato di incollare sulle calotte animali veri, ma proprio per questo poi ho preferito disegnarli.
Nel caso del lavoro Dove sei? il disegno del picchio, per contrasto, rimanda all’impassibilità della bambina indifferente alle sollecitazioni martellanti che provengono dall’esterno.

D: Secondo te, cosa potrebbe rendere il contatto comunicativo adulto-bambino più aperto e profondo, tanto da permettere a quest’ultimo una totale e libera espressione di sé?
R: Credo che non esistano formule precise, così come tra adulti: penso al rispetto, la comprensione…

Intervista di Annalisa Portesi in occasione della mostra Come bolle di sapone… presso la galleria Starter, Milano 2005

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