{"id":2691,"date":"2026-01-05T19:11:39","date_gmt":"2026-01-05T18:11:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=2691"},"modified":"2026-01-05T19:13:14","modified_gmt":"2026-01-05T18:13:14","slug":"armida-gandini-il-volo-delle-falene-sullonda","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=2691","title":{"rendered":"Armida Gandini. Il volo delle falene sull\u2019onda"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-medium-font-size\">di Raffaele Quattrone<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p>Entrare nella mostra&nbsp;<em>Il volo delle falene sull\u2019onda<\/em>&nbsp;di Armida Gandini significa accettare una forma di attraversamento, un moto lento e insieme vertiginoso dentro la materia fragile della memoria, l\u00e0 dove la storia non \u00e8 mai neutra ma continuamente riscritta, piegata, talvolta violentata, e dove l\u2019identit\u00e0 non \u00e8 un dato acquisito bens\u00ec un campo di forze, un\u2019onda che avanza e si ritrae lasciando sulla riva resti, tracce, corpi simbolici da interrogare. Gandini costruisce un dispositivo poetico e politico che non si limita a restituire figure femminili rimosse o deformate, ma interroga il meccanismo stesso attraverso cui la memoria collettiva seleziona, cancella, mitizza, trasformando vite reali in leggende ambigue o in immagini addomesticate. \u00c8 una mostra che non chiede di essere guardata, ma abitata, perch\u00e9 ogni opera funziona come una soglia tra ci\u00f2 che \u00e8 stato e ci\u00f2 che continua a produrre senso nel presente, in un dialogo costante tra tempo storico e tempo interiore. La prima sala, dedicata ad Adelaide di Borgogna, \u00e8 gi\u00e0 una dichiarazione di metodo: la regina santa e caritatevole che la narrazione popolare ha trasformato in figura oscura, vendicativa, quasi infernale, riemerge come corpo geologico, come roccia che affiora e scompare sotto il moto ciclico delle acque del lago di Garda, in un video che \u00e8 insieme paesaggio e sepolcro, memoria e rimozione.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui l\u2019acqua non \u00e8 mai semplice elemento naturale, ma metafora di una storia che copre e scopre, che purifica e avvelena, che conserva e corrode, e la leggenda delle acque sulfuree di Sirmione, lette nel Medioevo come segno dell\u2019ira della regina, diventa il sintomo di un dispositivo patriarcale pronto a trasformare l\u2019autonomia, il potere, la cultura femminile in colpa e mostruosit\u00e0. Gandini non corregge la storia, non la riscrive in senso consolatorio, ma la mette in tensione, mostrando come ogni racconto sia il risultato di omissioni, di vuoti, di dettagli sottratti che aprono voragini interpretative capaci di deformare radicalmente il senso di una vita. Adelaide, riletta oggi, appare come una figura di sorprendente contemporaneit\u00e0, incarnazione di un\u2019Europa fluida, plurale, transnazionale, una donna che ha attraversato confini politici e culturali quando i confini erano ancora porosi, e la sua corona tripartita, evocata nelle opere su carta e nelle fotografie sagomate, diventa un segno potente di un\u2019identit\u00e0 complessa, non riducibile a un\u2019unica appartenenza. Il cerchio che ne costituisce la base, simbolo di ciclicit\u00e0, introduce uno dei temi centrali della mostra: il ritorno incessante della memoria, mai identica a se stessa, sempre filtrata dallo sguardo di chi la osserva, di chi la eredita, di chi decide se custodirla o lasciarla sprofondare nell\u2019oblio.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo movimento circolare trova un contrappunto drammatico nella figura di Dora Maar, protagonista della seconda sala, dove la questione della manipolazione dell\u2019identit\u00e0 si fa corpo, ferita, gesto reiterato. Gandini affronta una delle storie pi\u00f9 emblematiche del Novecento artistico senza indulgere nel mito romantico dell\u2019artista e della musa, ma smontando con precisione chirurgica il dispositivo di potere che ha trasformato una fotografa straordinaria in un\u2019icona del dolore, in una \u201cdonna che piange\u201d per procura. La leggenda del coltello che trafigge le dita, del sangue che macchia il guanto bianco, diventa il paradigma di una relazione fondata sull\u2019autolesionismo simbolico e reale, su una violenza normalizzata e sublimata dall\u2019aura del genio. Nel video&nbsp;<em>Adora<\/em>, il gesto dell\u2019incisione sulla carta non \u00e8 solo una rievocazione performativa del primo incontro tra Dora Maar e Picasso, ma un atto di riscrittura critica: ogni taglio \u00e8 una ferita che produce immagine, ogni lacerazione genera una forma, fino a ricomporre il volto spezzato della&nbsp;<em>Donna che piange<\/em>, restituendolo per\u00f2 a un processo che ne svela la brutalit\u00e0 originaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Qui Gandini non si limita a denunciare, ma mette in scena un corto circuito tra creazione e distruzione, tra amore e annientamento, mostrando come l\u2019immaginario artistico occidentale abbia spesso costruito la propria grandezza sulla cancellazione dell\u2019altro, e in particolare dell\u2019altra. Il passaggio alla terza sala segna un cambio di respiro, senza tuttavia abbandonare la tensione critica: le donne-fiore che abitano questo spazio non sono pi\u00f9 muse silenziose o figure sacrificate, ma soggetti autonomi, intellettuali, artiste, scrittrici che hanno saputo fiorire nonostante un terreno ostile. Qui il fiore non \u00e8 pi\u00f9 simbolo di fragilit\u00e0 decorativa, come nei ritratti di Fran\u00e7oise Gilot dipinti da Picasso, ma diventa metafora di una forza silenziosa, della capacit\u00e0 di emergere dalla terra, di radicarsi e al tempo stesso di aprirsi alla luce. Gandini costruisce un vero e proprio erbario simbolico, frutto di una ricerca approfondita negli scritti e nelle biografie di queste donne, individuando le piante che esse coltivavano o che meglio incarnano i loro caratteri, le loro traiettorie esistenziali. Il giardino, luogo tradizionalmente associato al domestico e al privato, si trasforma cos\u00ec in spazio politico, in laboratorio di pensiero, in archivio vivente di una genealogia femminile che l\u2019artista aveva gi\u00e0 iniziato a tracciare nel ciclo&nbsp;<em>Mi guardo fuori<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra tutte, la figura di Virginia Woolf emerge come una presenza guida, quasi una voce sotterranea che attraversa l\u2019intera mostra: il giardino di Monk\u2019s House, le rose inglesi, la riflessione sulla necessit\u00e0 di una stanza tutta per s\u00e9 diventano elementi di un paesaggio mentale in cui scrittura, spazio e identit\u00e0 si intrecciano indissolubilmente. Non \u00e8 un caso che il titolo della mostra rievochi&nbsp;<em>Le onde<\/em>, romanzo in cui Woolf dissolve l\u2019io in una polifonia di voci e di flussi, e che il riferimento originario alle falene, creature notturne, erranti, attratte dalla luce fino al rischio della distruzione, assuma qui una valenza simbolica potentissima. Le donne di Gandini sono falene sull\u2019onda, esseri in transito, capaci di adattamento e metamorfosi, ma anche esposte al pericolo costante dell\u2019oblio, della semplificazione, della violenza simbolica. Come nel folklore dei nativi americani, la falena \u00e8 messaggera di trasformazione, ma anche custode di un sapere fragile, che richiede attenzione, cura, responsabilit\u00e0. In questo senso la mostra non si chiude su se stessa, ma chiama in causa direttamente chi guarda, affidandogli un compito etico: custodire queste storie, riconoscerne la complessit\u00e0, sottrarle alla tentazione di una narrazione pacificata.<\/p>\n\n\n\n<p>La pratica di Armida Gandini, da sempre situata sul confine osmotico tra arte e relazione, tra esperienza individuale e dimensione collettiva, trova in&nbsp;<em>Il volo delle falene sull\u2019onda<\/em>&nbsp;una sintesi particolarmente intensa, capace di tenere insieme rigore concettuale e lirismo, ricerca storica e immaginazione poetica. Disegno, fotografia, video, installazione non sono mai linguaggi separati, ma strumenti di un unico discorso visivo che si sviluppa nello spazio come un pensiero incarnato, invitando il pubblico a muoversi tra le opere come tra le stanze di una casa della memoria, dove ogni oggetto \u00e8 carico di stratificazioni temporali. In un\u2019epoca segnata da una rimozione accelerata del passato e da una semplificazione violenta delle identit\u00e0, la mostra di Gandini appare come un atto di resistenza gentile e radicale insieme, un invito a rallentare, ad ascoltare le onde della storia, a seguire il volo irregolare delle falene senza pretendere di fissarle una volta per tutte. \u00c8 in questo spazio instabile, sospeso tra luce e buio, tra visibile e sommerso, che l\u2019arte torna a esercitare la sua funzione pi\u00f9 profonda: non offrire risposte, ma aprire domande capaci di continuare a vibrare ben oltre il tempo della visione.<\/p>\n\n\n\n<p>Articolo uscito sulla rivista meer.com in occasione della mostra<em> Il volo delle falene sull&#8217;onda<\/em>, a cura di camilla Remondina, presso Fondazione l&#8217;Arsenale di Iseo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Raffaele Quattrone Entrare nella mostra&nbsp;Il volo delle falene sull\u2019onda&nbsp;di Armida Gandini significa accettare una forma di attraversamento, un moto lento e insieme vertiginoso dentro la materia fragile della memoria, l\u00e0 dove la storia non \u00e8 mai neutra ma continuamente riscritta, piegata, talvolta violentata, e dove l\u2019identit\u00e0 non \u00e8 un dato acquisito bens\u00ec un campo&hellip; <a href=\"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=2691\">Continue reading <span class=\"screen-reader-text\">Armida Gandini. 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