{"id":1022,"date":"2019-09-06T11:33:10","date_gmt":"2019-09-06T09:33:10","guid":{"rendered":"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=1022"},"modified":"2025-09-25T16:43:09","modified_gmt":"2025-09-25T14:43:09","slug":"gli-armonici-della-lacrima-un-percorso-nello-specchio-della-visione-2018","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=1022","title":{"rendered":"Gli armonici della lacrima. Un percorso nello specchio della visione, 2018"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" width=\"992\" height=\"616\" src=\"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/Pagine-bagnate-collage-7.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1374\" srcset=\"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/Pagine-bagnate-collage-7.jpg 992w, http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/Pagine-bagnate-collage-7-300x186.jpg 300w, http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/Pagine-bagnate-collage-7-768x477.jpg 768w, http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/wp-content\/uploads\/2019\/09\/Pagine-bagnate-collage-7-515x320.jpg 515w\" sizes=\"(max-width: 992px) 100vw, 992px\" \/><figcaption><em>Pagine bagnate<\/em>, collage on paper, 2018<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>Testo in catalogo di Annamaria Chiara Donini e Massimo Tura<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">Partiamo da un assunto intuitivo: ci\u00f2 che qualifica\nl\u2019artisticit\u00e0 di una rappresentazione, nel registro figurativo come in quello\na-figurativo, \u00e8 la capacit\u00e0 di ritornare al suo presupposto imprescindibile, di\nsoffermarsi sul tema della visione. Analizzarne le regole compositive, indagare\nil rapporto che istituisce tra il pieno e il vuoto, percorrere con perseveranza\nle tracce della sua operativit\u00e0 originaria: questi alcuni degli atti non\noccasionali, ma essenziali, del gesto artistico. Ebbene, la volont\u00e0 di eleggere\nla visione a questione costitutiva della produzione artistica rappresenta &#8211; a\nnostro avviso &#8211; il nucleo della ricerca di Armida Gandini, alla quale va\nriconosciuto il merito, fra gli altri, di mostrarci alcune delle sue dinamiche\ne, in particolare, di indagare la funzione del concetto che governa il faticoso\ne sperimentale percorso di emersione della forma. Una questione che porta alla\nmemoria l\u2019eredit\u00e0 del suo primissimo maestro, il torinese Beppe Devalle<a href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>, che a\nlungo ha indugiato sull\u2019uso tettonico della tecnica del <em>collage<\/em>, sulla capacit\u00e0 di quest\u2019ultima di mettere a tema la\ncostruzione della figura. La modalit\u00e0 di smontare l\u2019immagine fino ad ottenerne\nframmenti decontestualizzati e di ri-assemblarla in organismi nuovi e autonomi nasce\nda una mirata analisi della struttura complessa della visione. Un lavoro che si\nmuove sull\u2019interazione tra concetto e immagine, che cerca un\u2019equidistanza tra\nle categorie del pensiero e le strutture primitive dell\u2019immaginario. Il\nrisultato \u00e8 un uso intuitivo delle funzioni concettuali che tagliano, fondono e\nallacciano in corrispondenza con le modalit\u00e0 relazionali di un\u2019immaginazione <em>diairetica<\/em>, che associa secondo un\nordine geometrico, <em>mistica<\/em>, che\nlavorando sulla viscosit\u00e0 degli elementi vi cerca possibili analogie e nuove\ncostellazioni, <em>disseminatoria<\/em>, che\nmuove dalle differenze in vista di ricomposizioni unificanti<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>. Un\nprocesso che Armida Gandini investiga, inoltre, avendo ben chiara la funzione\ndel piano intersoggettivo. La costruzione dell\u2019immagine, infatti, presuppone\nche la nostra mira incontri e sia attraversata dalla mira di altri, che il nostro\nsguardo incroci e si annodi con quello altrui. Vedere significa coordinare una\npluralit\u00e0 di visioni, vuol dire disporsi sull\u2019intersezione speculare di pi\u00f9\nriflessioni. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">Se questo \u00e8 quanto della visione, nella sua\nvocazione generale, ci interpella, non possiamo dimenticare il ruolo centrale svolto\ndalla luce. Se la produzione di immagini rappresenta il compito dell\u2019arte, la\nnorma della luce \u00e8 la condizione della sua costruzione e la premessa della sua\nvisibilit\u00e0. Volendo coglierne la funzione nel lavoro di Armida Gandini, ci sia\nconcessa una breve digressione al fine di mostrare la duplice modalit\u00e0 del suo\nrapporto con la forma. In un primo caso, il primato cade sulla luce. E\u2019 questa\nche educa l\u2019immagine, che le d\u00e0 quel corpo necessario alla sua visibilit\u00e0. La\nluce come condizione di manifestazione di una realt\u00e0 che la rappresentazione\nartistica deve limitarsi a riprodurre\nfedelmente, senza interferenze, lasciandole la possibilit\u00e0 di irradiarsi.\nRispetto a questa prima modalit\u00e0, possiamo individuarne una seconda che\nrovescia i termini, assegnando priorit\u00e0 alla forma. In questo caso \u00e8 la luce ad\nessere condotta da una sapiente direttiva che la piega alla costruzione\nformale. Alla concezione <em>realistica<\/em>\nsi contrappone cos\u00ec un uso <em>concettuale<\/em>\ndella luce. E\u2019 questo il nostro caso nel quale l\u2019artista piega la luce alle\nesigenze della forma, in cui la orienta in una direzione funzionale\nall\u2019equilibrio formale. La lacerazione (<em>Adora<\/em>,\n2016), il forame (<em>Pulses<\/em>, 2016), il\ngraticcio (<em>Coordinate<\/em>, 2016), che gi\u00e0 delimitano la figura, che gi\u00e0 ne\nabbozzano il profilo, diventano le fessure da cui filtra quella luce che dar\u00e0\nvisibilit\u00e0 e consistenza plastica all\u2019immagine. La sorgente luminosa trova cos\u00ec\nnella forma uno spazio di irradiazione, ma regolato, offrendole, a sua volta,\nuna sovraesposizione, un\u2019apparizione trasfigurata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">Ma ritorniamo alla costruzione dell\u2019immagine, a\nquella che, a nostro modo di vedere, rappresenta la cifra di questo lavoro.\nUn\u2019immagine che, pertanto, non pu\u00f2 essere riduttivamente intesa come un mero \u00ab<em>cadavere del reale<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>, ma\npositivamente come un ordine dinamico soggetto a ripetute rivisitazioni e a\ncostanti rinnovamenti, come \u00ab<em>un esorcismo\ncontro la morte<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn4\">[4]<\/a> in continuit\u00e0 con il lascito devalliano. Lo si vede\nnel lavoro <em>La famiglia<\/em><a href=\"#_ftn5\">[5]<\/a> in cui la\nsovrapposizione dei volti incrocia idealmente sensibilit\u00e0, visioni, mondi,\ncostituendo delle genealogie ideali. Lo si pu\u00f2 ricavare in un\u2019altra esperienza <em>in progress<\/em> come <em>Coordinate<\/em> che mostra come la costruzione dell\u2019immagine, da un\nlato, richieda il concorso attivo di chi la produce e di chi la fruisce, ma\ndall\u2019altro implichi uno iato incolmabile che ne impedisce il contatto e la\npiena adeguazione. La griglia, infatti, se per un verso rappresenta una quinta\nche spezza la continuit\u00e0 della forma, che negandone l\u2019unit\u00e0 chiama lo\nspettatore a uno sforzo di completamento, dall\u2019altro delimita un non luogo e\ngenera una zona intermedia. Uno spazio inabitato in cui l\u2019immagine s\u2019arresta in\nuna sospensione pneumatica e la luce ricrea una corporeit\u00e0 fessurata, sezionata\ndal cesello del bisturi. Lo si riconosce nel dialogo con la storia dell\u2019arte,\nin cui l\u2019immagine, ereditata dal passato, \u00e8 preceduta da altre e altre ne\ninvoca, delineando una durata ininterrotta raccolta in ogni singola opera. \u00c8\nquanto si pu\u00f2 osservare nella costellazione di immagini che, a partire dalla\nlacerazione del picassiano <em>Donna che\npiange<a href=\"#_ftn6\"><strong>[6]<\/strong><\/a><\/em>\ne dall\u2019intenso compianto di Rogier Van der Weyden<a href=\"#_ftn7\">[7]<\/a>,\ncostituisce il filo conduttore della presente esposizione. Un dialogo libero e\ncreativo in cui le opere del passato offrono un repertorio di immagini\nriutilizzabili. Si pensi alle <em>Pagine\nbagnate<\/em>, in cui la figura umana, tolta dalla sua composizione iniziale e\nsottoposta all\u2019idea dell\u2019artista, trova nuova vita in forma di lacrima. Interrogata\nsulla sofferenza dell\u2019umano, la storia dell\u2019arte risponde con un campionario di\nposture, movenze, espressioni a disposizione della pluralit\u00e0 di sagome e\nprofili in cui il fluire lacrimale si raccoglie. Vera antropometria del dolore,\nla stilla inorganica interseca il cuore vivente dell\u2019uomo, mostrandone una\nreversibilit\u00e0 imprevedibile. Ma c\u2019\u00e8 dell\u2019altro, perch\u00e9 il corpo-lacrima\nritagliato, estraniato dall\u2019opera che contribuisce a definire come un tutto\ncompiuto, trova una nuova collocazione sulla pagina scritta, dimostrando di\ncercare un\u2019interazione con la parola. In tal modo il suo valore antropometrico,\nlimitato alla mera risistemazione descrittiva, si carica di un valore\nantropografico, si estende all\u2019ambito della scrittura, incontrando sia la\nsintassi concettuale che le sonorit\u00e0 delle immagini, un \u00ab<em>esercito di metafore<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn8\">[8]<\/a> che non\nchiedono solo d\u2019essere viste, ma che chiamano all\u2019ascolto. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">L\u2019immagine come crocevia di visioni, si diceva\npoc\u2019anzi. Platone osserva come ognuno rifletta se stesso nell\u2019occhio\ndell\u2019interlocutore; uno specchio nel quale lo spettatore si vede e si conosce<a href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>, nel\nquale coglie l\u2019immagine nascosta del suo volto, l\u2019espressione privilegiata\ndella sua identit\u00e0 sconosciuta. Qui lo specchio restituisce un profilo ignoto\ndi noi stessi e del mondo, ma da un punto di vista ideale; lo riflette, ma\ndalla prospettiva privilegiata dell\u2019osservatore. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">Tuttavia se la funzione dell\u2019occhio \u00e8 assolta dalla\nlacrima, quale goccia di luce in vibrazione, la capacit\u00e0 riflettente della\nsuperficie speculare \u00e8 mantenuta, nonostante l\u2019effetto prodotto sia deformato: il\nriflesso della stilla si presenta come un prodotto anamorfico. Lo specchio\nconvesso della lacrima, infatti, non garantisce pi\u00f9 una prospettiva soggettiva alla\nvisione e scorre senza meta. Il piano riflettente, alterato da una superficie\ndifforme, perde levigatezza e regolarit\u00e0, riconsegnandoci una realt\u00e0 ab-errante.\nLa lacrima come secondo specchio, occhio dell\u2019occhio di un mondo prima\ninvisibile. In questo passaggio la lacrima non si limita a moltiplicare i punti\ndi vista, ossia a generare una visione diffusa, ma mostra un\u2019altra capacit\u00e0. Se\na un primo approccio essa svolge una funzione espressiva, fluendo lungo i greti\ndel volto, ne scandisce le espressioni e ne rivela l\u2019interiorit\u00e0 nascosta; se nella\nsua trasparenza minerale \u00ab<em>trascina fuori\nla mia carne<\/em>\u00bb<a href=\"#_ftn10\">[10]<\/a>\nesponendo agli altri tutta la mia vulnerabilit\u00e0 organica, ora la lacrima mostra\ndi poter riflettere anche una realt\u00e0 esterna, di offrire a un mondo sconosciuto\nl\u2019opportunit\u00e0 di apparire. Emancipatesi cos\u00ec dal viso, le lacrime cadono fuori\ndal quadro: specchi in disseminazione che portano a visione ci\u00f2 che vive all\u2019esterno\ndel ritratto e che pu\u00f2 rinascere nel suo riflesso. L\u2019originalit\u00e0 del processo\nricostruttivo sta nell\u2019evasione dalla bidimensionalit\u00e0, nella sortita in uno\nspazio non controllato n\u00e9 dalle regole della prospettiva, n\u00e9 dalla logica del\nsentimento; sta nell\u2019attraversamento di un luogo caotico e casuale. Non pi\u00f9 trattenute\ndalla cute dolente della Vergine, tempio umano del divino, le lacrime cadono\ndalla parete, si congedano dalla finzione prospettico-sentimentale e invadono\nlo spazio volgare e prosaico del pavimento (<em>Gustose\ne dolcissime<\/em>). Perduta la loro carica emotiva, non rinunciano alla capacit\u00e0\ndi riflettere, di produrre figure, di costruire visioni. La lacrima diventa\nmetafora di una contemplazione diffusa, campo di forze da cui le immagini si propagano\nin pi\u00f9 direzioni a partire dalla sua natura chiasmatica. Chiasmo percettivo che\nincrocia un dentro e un fuori, la lacrima \u00e8 un essere della soglia che annoda\nambiguamente la trama del visibile con l\u2019ordito dell\u2019invisibile. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\">Se questa \u00e8 la torsione impressa alla visione dallo specchio della lacrima, ente di confine che, nel lavoro di Armida Gandini, consente di seguire la sua capacit\u00e0 di smontare e rimontare figure, di costruire costellazioni di forme, il suo motivo (nel doppio significato di tema e di causa) \u00e8 forse l\u2019ineluttabile sofferenza. L\u2019infinita riformulazione della forma incontra qui l\u2019eterna presenza del dolore, con la stessa insistenza con cui la goccia d\u2019acqua che cade in un bacile colmo (<em>A stilla a stilla<\/em>) lo alimenta senza tuttavia alterarne il bordo, senza produrne il travaso. Questa la ragione che impedisce alla lacrima di tradursi in un mero gioco della riflessione, in una camera ottica volta a stupire e intrattenere. L\u2019<em>incipit<\/em> \u00e8 ancora nella costruzione di van der Weyden in cui la lacrima esprime la sofferenza materna. Quella lacrima che dagli occhi della Madre rivela al mondo lo strazio inconsolabile della perdita filiale, al tempo stesso acquista la vita di una sofferenza redentiva; il dolore interiore che vi \u00e8 espresso accoglie il gemito della creazione ferita in uno slancio di riscatto. Un\u2019occorrenza quest\u2019ultima, che neppure la scomparsa del sacro pu\u00f2 cancellare, che nemmeno il disincantamento del mondo pu\u00f2 trascurare. La fragilit\u00e0 di un\u2019anima messa a nudo, come nel caso di Dora Maar (amante infelice di Picasso), la rinuncia dimessa di s\u00e9 a favore dell\u2019altro, la consegna senza condizioni al suo arbitrio, offrono ancora, e forse ancor di pi\u00f9 di fronte alla vulnerabilit\u00e0 dell\u2019umano, una possibile redenzione. Come sapore di un amore violato, come voce di una promessa non mantenuta, odore di una violenza gratuita; come segno di un\u2019affezione incontenibile, la lacrima \u00e8 il prisma che scompone in una molteplicit\u00e0 di forme l\u2019unit\u00e0 indistinta del dolore. Ma, al tempo stesso, in quanto simbolo dell\u2019acqua, archetipo della purezza, essa continua a parlarci di un gesto catartico, di un lavacro che offre allo spazio profano del mondo e della vita la condizione di quella sempre possibile rigenerazione a cui l\u2019arte non pu\u00f2 cessare di tendere. <\/p>\n\n\n\n<p><em>Annamaria Chiara Donini \u2013 Massimo Tura<\/em>  (Agosto-Settembre 2018)<br><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\"><a href=\"#_ftnref1\">[1]<\/a> Per un primo approccio con l\u2019opera dell\u2019artista torinese si rimanda al catalogo della mostra Devalle 1940-2013 (M.A.R.T., Rovereto, 16 ottobre 2015-14 febbraio 2016), Electa, Milano, 2015 &nbsp;<a href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> G. Durand, <em>Les structures anthropologiques de l\u2019imaginaire<\/em>, Bordas, Paris 1963, p. 482; tr. it. <em>Le strutture dell\u2019immaginario<\/em>, Dedalo, Bari 1972, p. 421. <a href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> R. Barthes, <em>La chambre claire. Note sur la photographie<\/em>, Gallimard, Paris 1980; tr. it. <em>La camera chiara<\/em>, Einaudi, Torino 1980, p. 16.<a href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> M.M. Lamberti, <em>Dedica per Beppe Devalle 1966-1982<\/em>, in <em>Devalle (1940-2013)<\/em>, MART, 16 ottobre 2015 \u2013 14 febbraio 2016, Electa, Milano 2015, p. 33.<a href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> Opere esposte nella personale <em>Armida Gandini, Stranissimo e sempre pi\u00f9 stranissimo<\/em> allestita presso Galleria Azimut, Brescia, 2017<a href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> <em>Donna che piange<\/em>, 1927, olio &nbsp;su tela, &nbsp;cm 55 x 46, Melbourne, National Gallery. La tela di Pablo Picasso \u00e8 il punto di partenza per la \u201crivelazione costruttiva\u201d protagonista del video di Armida Gandini <em>Adora <\/em>del 2016.<a href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> L\u2019opera <em>Pulses<\/em> trova il suo <em>incipit<\/em> nella contemplazione della tavola quattrocentesca <em>I sette sacramenti <\/em>(Anversa, Koninklijk Museum voor Schone Kunsten)del pittore fiammingo Rogier van der Weyden. <a href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> F. Nietzsche, <em>Su verit\u00e0 e menzogna in senso extramorale<\/em>, vol. III, t. II, Adelphi, Milano 1973, p. 368.<a href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> Platone, <em>Alcibiade<\/em> I, 133a.<a href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> M. Merleau-Ponty, <em>L\u2019oeil et l\u2019esprit<\/em>, Gallimard, Paris 1964; tr. it. <em>L\u2019occhio e lo spirito<\/em>, SE, Milano 1989, p. 27.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-justify\"><strong>Testo in catalogo di Annamaria Chiara Donini e Massimo Tura in occasione della mostra <em>Gustose e dolcissime<\/em>, Palazzo Bertazzoli, Bagnolo Mella (Bs)<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Testo in catalogo di Annamaria Chiara Donini e Massimo Tura Partiamo da un assunto intuitivo: ci\u00f2 che qualifica l\u2019artisticit\u00e0 di una rappresentazione, nel registro figurativo come in quello a-figurativo, \u00e8 la capacit\u00e0 di ritornare al suo presupposto imprescindibile, di soffermarsi sul tema della visione. Analizzarne le regole compositive, indagare il rapporto che istituisce tra il&hellip; <a href=\"http:\/\/www.armidagandini.it\/arte\/?p=1022\">Continue reading <span class=\"screen-reader-text\">Gli armonici della lacrima. 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